“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, 
dalle tre io comincerò ad essere felice.
Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità.
Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; 
scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, 
io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

 

(A. De Saint-Exupery)

In questo post puoi leggere di: psicoterapia, attesa e rituali.

Ricordi quando si mandavano le lettere, oppure le cartoline? L’estate, allora, si riempiva dell’attesa di quei pezzi di carta scritti a mano e firmati, pieni di segni e di ricordi.
Racchiudevano il significato della memoria, dell’essere stati pensati e portati con sé da qualcun altro. L’attesa accorciava le distanze e la mancanza, facendoci sentire più vicini.
Prima c’era la curiosità di non sapere quando la cartolina sarebbe arrivata, dopo c’era il desiderio di toccare con mano i pensieri dell’altra persona.

Perché aspettiamo?

Possiamo aspettare perché sappiamo che qualcosa o qualcuno a un certo punto arriverà (in caso contrario, non si chiama “attesa”, ma “disperazione”). L’attesa scrive gli accadimenti che riguardano i legami tra le persone, prima ancora che prendano una forma nell’esperienza diretta. Pensiamo all’attesa di un figlio e al tempo che occupa nella vita di chi lo aspetta: anche se “non c’è”, anche se non ne sanno niente, i genitori iniziano a farlo esistere nelle parole, nell’immaginario, nei progetti.

Attendiamo per tanti motivi: per prepararci, perché speriamo in qualcosa o anche solo per concentrarci sull’importanza di qualcosa, senza interruzioni o distrazioni. L’attesa, infatti, è uno dei luoghi in cui “ci si prende cura”. È un tempo in cui formuliamo una domanda: “C’è una persona che può darmi ascolto?”. È lo spazio che ci separa dalla prima telefonata, in cui capiamo quanto è difficile mettere in fila i numeri e attendere il suono dall’altra parte. È il momento che sancisce l’impegno, oppure quello che prepara al primo incontro con l’altro (ma anche con noi stessi).

Stare nella sala d’attesa

La sala d’attesa è il luogo fisico che accoglie tutte i riti: sono quelli che preparano il paziente e lo psicoterapeuta all’incontro, permettendo a ogni persona di passare dalla concretezza o frenesia della giornata, alla lentezza della vita psichica, con i suoi ritmi sognanti, che scombinano le logiche e le regole comuni.

La sala d’attesa, allora, è il primo luogo che abbraccia e contiene la persona, con le sue attese, le paure e le domande. Uno spazio tempo nel quale fantasticare sull’incontro, entrare in contatto con sé e ascoltare il proprio desiderio. Infatti, è proprio il bisogno insaturo e non riempito, come l’attesa, che può fare spazio ai desideri. 

Mentre aspettiamo, troviamo anche i nostri punti di riferimento: un profumo, un bicchiere d’acqua, i colori di un muro, le linee di un quadro, un rumore ricorrente. Sono piccole coordinate che, nel tempo, diventano sicurezze. È il preludio di ciò che si farà in terapia: garantire un luogo sicuro, che poi possiamo portare con noi, nel nostro mondo interno ed esterno.

Creare lo spazio tempo dell’attesa

Negli ultimi anni, specialmente sull’onda della pandemia (ma non solo), le sale d’attesa si sono svuotate. Abbiamo fatto spazio alle stanze virtuali, con la loro abitudine all’immediatezza, al “tutto e subito” e a una fretta che è parente lontana dell’attesa. Così anche la stanza della terapia si è trasformata. È venuto a mancare lo spostamento fisico che spesso aveva la funzione di “sala d’attesa”, così ora sono le persone (il terapeuta e il paziente) a preparare un proprio spazio tempo nel quale “attraversare lo specchio”, un po’ come Alice, per accedere al “sottomondo”. In questo rituale di passaggio, ci lasciamo alle spalle la concretezza delle cose, nei limiti del possibile, per soffermarci invece sulle emozioni e sugli affetti che ci riguardano.

Le sale d’attesa, quindi, possono assomigliare a una canzone, a una sigaretta, a una passeggiata con il cane. Sono il rituale che, ogni volta, può predisporre quello spazio tempo minimo (è anche molto soggettivo, c’è chi ha bisogno di qualche minuto e chi di più tempo) che ci permette di entrare in contatto con noi stessi. È il momento in cui dichiariamo ancora una volta che ci prendiamo quel tempo per noi e lasciamo un po’ fuori il mondo, per poterlo poi riconquistare. L’attesa è imparare a stare nel qui e ora, mentre ci prepariamo al di là che si compie.

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