La follia sta nel fare sempre la stessa cosa, 
aspettandosi risultati diversi. 
(A. Einstein)

In questo post puoi leggere di: psicoterapia, paure e cambiamenti.

Mettiamoci che il nuovo ci piace poco, anche se potrebbe portare scenari migliori di quelli che già conosciamo. Mettiamoci che giocarsi, nella vita, richiede fatica. Mettiamoci che è comodo ripetersi che di tempo ce n’è poco. Dopotutto, in qualche modo siamo arrivati dove siamo arrivati, quindi “Ce la farai”. 
Mentre eravamo impegnati a farcela, ci siamo anche affezionati ai nostri sintomi, un po’ come ci si affeziona ai buoni amici d’infanzia (ovvero con una certa ambivalenza). I sintomi, infatti, favoriscono un qualche tipo di adattamento. Ci aiutano a esprimere, in modo più o meno consapevole, la nostra sofferenza. Ci permettono anche di attirare l’attenzione dell’altro (Freud lo chiamava, non a caso, “vantaggio secondario”).

Dunque, cari sintomi. “Cari”, perché a modo loro ci salvano, e “cari” perché ne paghiamo il costo, in termini di energia psichica e di libertà personale. Portarli in terapia non è facile, anche se ci ripetiamo “Ci penso da anni” o “Me lo dicono sempre”, come un mantra.
Non è facile, nemmeno ora che andare da un terapeuta va un po’ più di moda. Quando si parla di psicoterapia il primo pensiero va ai “matti”, perché dalla psicologa ci vanno quelli con qualcosa che non va. Ecco l’inganno: la psicoterapia è per sani. Vediamo se ti aiuto
a scoprire perché.

Spoiler: molto spesso è la paura, nelle sue diverse forme, che ci trattiene con sé, lontani dalla cura.

Quando cambiamento fa rima con spavento.

A volte vorresti uscire da una situazione che non ti fa bene, o che magari non ti torna del tutto. Come quando avverti un fastidio di fondo che ti disturba, o quando noti alcuni pensieri che tornano un po’ troppo spesso. Poi, succede che non hai tempo da dedicarti; o arriva quell’amico o quell’amica che ti capisce così bene.
Allora ti tranquillizzi, forse era “solo ansia”. Intanto, rimani nella fatica e aspetti un cambiamento esterno, uno di quelli che scuote per bene le circostanze che vivi e che ti spinge verso un assetto diverso. Continui a stare nella dimensione confortevole di ciò che è conosciuto, ancora per un po’, mentre attendi che una rivoluzione arrivi a metterti in salvo.

Vale anche per le questioni che riguardano la mente e per la fatica che provi in certe relazioni. “Ma poi qualcosa cambia”. “Cambierò università e andrà tutto meglio”. “Non è il lavoro per me, ma quando cambierò capo non avrò più l’ansia”, e così via. Il sintomo non viene interrogato e diventa fedele compagno di un adattamento, spesso molto costoso in termini psichici.

Diventare protagonista del tuo processo di cambiamento non è cosa semplice, anche se qualcuno ti allunga una mano e ti invita ad accogliere l’aiuto. L’inizio di un percorso di terapia, ad esempio, può essere tanto desiderato quanto osteggiato, sia dalla persona che lo sceglie, sia da chi ha accanto.

Matti o sani? Riscriviamo le regole.

Nella stanza della terapia arrivano i racconti di persone titubanti, spesso incerte, che si interrogano su chi sono diventate. “Dottoressa, ma davvero sono così matto che devo andare in terapia?”. Come in una sorta di leitmotiv identitario, si diventa “quello che va dalla psicologa,  oppure “il problema” per il genitore, il fidanzato, la sorella, i colleghi.

Quando incontro queste narrazioni mi stupisco, ma non troppo: so che non è mai facile arrivare di fronte a me, nella stanza della terapia. Saper chiedere aiuto, esporsi e scoprirsi, condividere aspetti di sé talvolta segreti e vergognosi, incontrare la propria fragilità: non è una cosa per tutti. Ci vuole coraggio: andare in psicoterapia non è una cosa “da matti”, ma “da sani” (anche se preferisco evitare queste categorizzazioni), o meglio, è una cosa per persone che scelgono di prendersi un impegno con se stesse e che vanno alla ricerca di un ascolto attento. E poi, che paura: non sai dove vai, come cambi, cosa accade.

All’inizio, non sai molto della terapia: è un’esperienza da scoprire mentre si fa. Se lo spavento del nuovo è tanto, magari rimandi, ti paralizzi, pensi che sia impossibile condividere con qualcuno le nostre difficoltà. Invece, è un percorso che costruisci insieme a chi ti accoglie nella stanza e che ti sostiene nell’indagine, quando esplori le domande, mentre crei nuovi racconti e quando ri-sogni le esperienze già fatte.

Potrei spiegartelo con uno dei miei esempi preferiti: i bambini hanno spesso paura del buio. Questo accade perché in quel buio (che non permette di vedere e che quindi è un “insaputo”) la mente può disegnare tutti i mondi e gli esseri immaginari, come su una tela bianca. La mente funziona così: quando non sa, quando c’è il vuoto, lo riempie con la fantasia (un po’ come quando aspetti qualcuno, che è in ritardo: “un incidente? Non le interessa? Si è dimenticato?”). Nascono così orchi e mostri, angeli e fate, folletti e gnomi, talvolta anche scheletri e ladri. Insomma, le cose che non conosciamo possono essere spaventose, perché risvegliano i nostri fantasmi anche quando non siamo più tanto piccoli.

Così, a volte preferisci non chiedere aiuto. Fa meno paura rimanere dentro qualcosa che è conosciuto (anche se fa male) che rischiare di cambiare la situazione, per affrontare qualcosa di cui non sai (ancora) nulla.

Hai la sensazione di stare nelle sabbie mobili. Da una parte la vista dell’orizzonte sollecita il tuo desiderio di raggiungere ciò che si intravede. D’altro canto, ogni più piccolo movimento viene scongiurato dalla paura di sprofondare ancora di più, e chissà dove.
Allora è meglio stare fermi, magari per una vita intera. È così che succede: anche se vivi una grande sofferenza, ti sembra più sicuro non muoverti per cercare la mano di chi potrebbe aiutarti a uscirne. Perché?

Irvin Yalom scrive che «ogni individuo deve scegliere la verità che è in grado di tollerare»: ogni persona, in un certo momento della sua vita, può arrivare fino a un certo punto.
Può passare un anno, prima che decida di chiedere aiuto: è un tempo in cui si ricorda ogni giorno del numero che potrebbe chiamare, o dell’indirizzo a cui potrebbe mandare un’email, ma non telefona e non scrive una parola. Non sa nemmeno come mai è così difficile.

Intanto rimane nella sua situazione, che è familiare e quindi in un certo senso prevedibile, sotto controllo (nonostante la sofferenza). Anche il controllo, infatti, rende le cose difficili: “cosa accadrà dalla psicologa? Cosa mi dirà o cosa devo dire? Cosa è giusto fare e cosa non è previsto? Ma devo parlare io, o mi fa delle domande? Per quanto ci devo andare?”.

Non sono solo domande pratiche, ma interrogativi che ci sfidano a dare il benvenuto a una nuova persona nella nostra vita. Si tratta di domande fondamentali, da portare fin da subito e senza timore nella stanza della terapia.

Fiducia: e se poi mi tradisci?

Laddove le relazioni hanno causato una sofferenza, le relazioni possono curare. È per questo che il legame e la relazione gioca un ruolo imprescindibile nella psicoterapia, soprattutto secondo alcuni approcci teorici.
 
Entri nella stanza della terapia con il tuo bagaglio: dentro c’è l’eredità di tutti i legami che ti hanno fatto diventare quel che sei, delle paure che hai avuto in certe relazioni, della fiducia che hai trovato in altre.

Il rapporto con il terapeuta ha due caratteristiche molto importanti. C’è la possibilità di stabilire una relazione sicura, nella quale puoi sperimentare e sperimentarti. C’è anche l’opportunità di fare esperienza, in un luogo protetto, di cosa accade quando certi fili emozionali vengono nuovamente toccati. Ora, in un posto sicuro e in una trama in cui stare meglio.

La psicoterapia è un’esperienza che, nel suo svolgersi, fa accadere trasformazioni profonde e profondamente curiose, pronte a uscire dalla stanza di terapia e illuminare la vita delle persone.

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